L'attenzione del popolo è una delle cose che più tendono a cadere vittime del monopolio.
Non ci sono più i precari e la crisi, non c'è più lo spread (nessuno sapeva cosa fosse, a meno degli economisti, fino a un mese fa. Ora anche il mio gatto gira la testa pensoso appena ne sente parlare). Ora c'è la Fornero VS Sindacati - che grazie al cielo si sono svegliati e non solo per inveire contro Berlusconi - ora c'è Ruby che ha partorito, e il gran capo ESTICAZZI esprime tutta la sua gioia per il lieto evento, ora c'è la manovra "salvaItalia". Non c'è più la crisi dei mercati e la nazione in fallimento, non c'è più il precariato, perchè a questo punto se è una conquista trovarsi lavoro, a una certa diventa una conquista anche liberarsene dopo i 70 anni. Non ci sono più i tagli alla sanità e all'Università che sono stati annunciati sottovoce ma che nessuno è riuscito a sentire, non ci sono più studenti incazzati che occupano Roma, ed è forse questa la cosa che più mi manca.
Tendiamo leggermente a dimenticare il passato noi italiani, e ad accettare passivi tutto ciò che ci propinano alla TV. Ci concentriamo su un unico argomento con tutte le nostre forze ma tralasciamo il flusso costante che ci circonda. Prima era Berlusconi, poi lo spread, ora le pensioni. Quand'è che osserveremo attentamente tutto lo scenario?
Essere studenti in tempo di crisi in una grande città. Ovvero come costruirsi un futuro solido con della pastafrolla e tante belle speranze.
martedì 20 dicembre 2011
lunedì 14 novembre 2011
Weekend nostop
Dopo un fine settimana lontana da giornali e televisione (un pò fuori dal mondo, un pò sul rilassamento tipico dela beata ignoranza), fondamentalmente non è cambiato niente.
Tanti giovanotti preposti a risollevar le sorti della trista patria, dai 57 anni in su (AMATO???????)
Lo spread che magicamente scende (la forza mistica di B, non ha fine, appena se n'è andato, tutto va già meglio...)
Tanto chiacchiericcio.
E io sono ancora qui a cercar di dare un senso alle mie giornate. Certe consuetudini danno infinita sicurezza.
Tanti giovanotti preposti a risollevar le sorti della trista patria, dai 57 anni in su (AMATO???????)
Lo spread che magicamente scende (la forza mistica di B, non ha fine, appena se n'è andato, tutto va già meglio...)
Tanto chiacchiericcio.
E io sono ancora qui a cercar di dare un senso alle mie giornate. Certe consuetudini danno infinita sicurezza.
mercoledì 9 novembre 2011
Per non star sempre a pensare alla precarietà... Le letture
L’adolescenza messa a dura prova dalle tragedie della vita e dall’ineffabilità dei sentimenti, questo è Norwegian Wood (Tokio Blues) di Haruki Murakami
L’adolescenza e la giovinezza sono come corde di violino. Tese, rigide, incerte, melodie differenti a seconda del tocco, del pizzico, intenso. Nei libri vengono spesso dipinte nel loro caos e nelle loro difficoltà, periodi fondamentali che segneranno la vita adulta di ognuno di noi. Esistono dipinti fermi in superficie, descrivono adolescenze create con lo stampino, adolescenze di massa, banalmente sognate da giovinette spasmodicamente attente al look che desiderano l’amore della loro vita a 17 anni. Mentre esistono dipinti che invece esplorano il mondo giovanile nei suoi drammi, che scavano nella profondità dell’inquietudine e che magistralmente mostrano l’adolescenza in tutta la sua intensità.
È proprio questo il caso di Norwegian Wood (Tokyo Blues) di Haruki Murakami del 1987. Titolo originale Noruwei no mori, traduzione letterale in giapponese di Norwegian Wood dei Beatles, colonna sonora del romanzo nonché scintilla iniziale che porterà il protagonista a rivivere in un lungo flashback tutto il suo periodo giovanile. Il libro è uno dei più clamorosi successi letterari giapponesi, e in Italia è stato pubblicato per la prima volta nel 1993, edito prima da Feltrinelli, poi rinnovato da Einaudi nel 2006, con un’accurata introduzione del traduttore Giorgio Amitrano.
Per tanti è una storia d’amore, per altri un grande romanzo sull’adolescenza, icona per i giovani giapponesi come, ahinoi, lo è Moccia per gli italiani, per molti ancora è un racconto sulla vita e la morte. Di fatto l’opera è un insieme di queste cose. L’amore e la morte, Eros e Thanatos, si mischiano inesorabilmente nei turbamenti adolescenziali del giovane Toru Watanabe, studente universitario all’epoca della Tokyo del ’68. Le rivolte studentesche del periodo sono però solo un’eco lontana nella vita di Watanabe, segnata dal rapporto fraterno con Kizuki, il migliore amico della scuola, e della sua ragazza, Naoko, in un trittico che in sé racchiude il cerchio della vita. Kizuki muore suicida a 17 anni, lasciando gli altri personaggi spaesati, soli davanti all’ineffabilità della vita. Da lì, le strade di Watanabe e Naoko si separano, per poi incontrarsi di nuovo e sfociare nel sentimento che è l’antitesi stesso della morte, l’amore. Un amore tormentato, vincolato al passato con Kizuki, alle chiacchierate a tre, alla felicità che sembrava cosi tangibile. La bellezza e i silenzi di Naoko, eterna straniera del mondo, sono espressioni del disagio di vivere, del malessere per tutto ciò che è sociale, finto. Il protagonista non riesce ad abbandonarla per tutto il romanzo, consapevole che lei è l’unica capace di comprenderlo davvero, lei è l’unica via per accettare finalmente il passato. Un amore impossibile, che muta fino al giorno del trasferimento di lei in un istituto psichiatrico, e la volontà di lui di non abbandonarla, nonostante l’incontro con Midori, una compagna di corso opposta a Naoko, ma anch’essa vittima della fredda presa della morte, che decimò la sua famiglia. Giovane esuberante e istintiva, Midori esprime dolore in ogni suo gesto, ma lo rende parte integrante della quotidianità, delle notti passate accanto al padre malato. Watanabe con lei non sente più la sofferenza, oramai assuefatta allo scorrere del tempo e delle situazioni.
I difficili anni universitari, gli strani personaggi incontrati per caso, come il ricco e controverso studente Nagasawa, unito a Watanabe dalla mutua passione per la letteratura americana, il compagno di stanza soprannominato “Strurmtruppen” per i suoi ossessivi rituali o Reiko, coinquilina di Naoko in clinica e sorta di Virgilio nelle decisioni del protagonista, ma anche la vita in collegio e lo sfondo di una società in tumulto. Questi i contorni della crescita personale di Watanabe, che dovrà affrontare gli effetti della morte più di quanto egli possa immaginare, sempre in bilico tra la paura di sbagliare, la necessità di entrare in società e il conflitto con la propria personalità in continua evoluzione. Come il giovane Holden, Watanabe è guidato da un ostinato e profondo senso della morale e da un’avversione verso tutto ciò che sa di finto e costruito. Diviso tra due ragazze che lo attirano con forza magnetica e rappresentano il passato, la vita, il futuro. Watanabe, alla fine, non potrà far altro che seguire il suo animo e fare una scelta, consapevole che «l'unica cosa da fare è superare la sofferenza con la sofferenza, possibilmente cercando di trarne un insegnamento, che non ci aiuterà, quando di nuovo la sofferenza ci colpirà all'improvviso».
Stile poetico, quasi surreale. Leggero ed etereo, Murakami affronta temi pesanti come se fossero storie, lasciando nel cuore di chi legge tanti spunti di riflessione e un senso di profonda malinconia, che sfociano in gratitudine per la vita in quanto tale, seppur per un attimo fugace.
lunedì 7 novembre 2011
Quando anche il caffè è indigesto.
5 scenari possibili ipotizzati dal Corriere della Sera sulla situazione politica italiana e la crisi.
Ad ogni scenario un senso di nausea risaliva su per l'esofago, col sapor di latte e caffè.
1 - 30% - GOVERNO TECNICO
Nuova legge elettorale e misure Ue con Monti
2 - 25% - GOVERNO CENTRODESTRA PIU’ UDC
Berlusconi si fa da parte e lascia a Letta o Schifani (Udc che però si è alleata con Rutelli e PD...)
3 - 5% - GOVERNO BERLUSCONI
Il premier la spunta ancora, avanti con i suoi ministri (Apoteosi della nausea. Non sono una antiberlusconiana cronica come la maggior parte, ma effettivamente ha fatto danni, è ora che lasci spazio ad ALRI - possibilmente FORZE FRESCHE - per risollevare l'Italia)
4 - 15% - GOVERNO DI UNITA’ NAZIONALE
Esecutivo politico di tutti con guida super partes (Odio ancor più profondo per il Terzo Polo. Gente che 10 anni fa diceva il contrario di quello che dice oggi, e supportava posizioni estremamente opposte a quelle attuali. Politica alla carpe diem.)
5 - 25% - ALLE URNE
Il Cavaliere getta la spugna e si va a votare nel 2012 (Domanda delle domande, che al di la di ideologie oramai decrepite che la società necessita di rinnovare per la sopravvivenza, attanaglia inesorabile la maggioranza delle giovani menti che studiano ma non lavorano e rappresentano emblematicamente la crisi attuale, PER CHI VOTARE? )
è tutto sul mancato rinnovamento politico che serve in Italia. Non è accettabile votare ancora per la stessa gente che 10, 20 anni fa oramai, si trovava nello stesso identico posto, tante le parole dette, tante le promesse fatte, ma la crisi ce la stiamo sobbarcando tutta noi, e loro sono ancora li a sfornare parole e spillare promesse di cambiamento.
Cambiamento,
preferisco notarne l'ironia che l'ipocrisia, altrimenti l'acidità di stomaco aumenta.
Non c'è il tasto "refresh" in Parlamento da qualche parte?
Ad ogni scenario un senso di nausea risaliva su per l'esofago, col sapor di latte e caffè.
1 - 30% - GOVERNO TECNICO
Nuova legge elettorale e misure Ue con Monti
2 - 25% - GOVERNO CENTRODESTRA PIU’ UDC
Berlusconi si fa da parte e lascia a Letta o Schifani (Udc che però si è alleata con Rutelli e PD...)
3 - 5% - GOVERNO BERLUSCONI
Il premier la spunta ancora, avanti con i suoi ministri (Apoteosi della nausea. Non sono una antiberlusconiana cronica come la maggior parte, ma effettivamente ha fatto danni, è ora che lasci spazio ad ALRI - possibilmente FORZE FRESCHE - per risollevare l'Italia)
4 - 15% - GOVERNO DI UNITA’ NAZIONALE
Esecutivo politico di tutti con guida super partes (Odio ancor più profondo per il Terzo Polo. Gente che 10 anni fa diceva il contrario di quello che dice oggi, e supportava posizioni estremamente opposte a quelle attuali. Politica alla carpe diem.)
5 - 25% - ALLE URNE
Il Cavaliere getta la spugna e si va a votare nel 2012 (Domanda delle domande, che al di la di ideologie oramai decrepite che la società necessita di rinnovare per la sopravvivenza, attanaglia inesorabile la maggioranza delle giovani menti che studiano ma non lavorano e rappresentano emblematicamente la crisi attuale, PER CHI VOTARE? )
è tutto sul mancato rinnovamento politico che serve in Italia. Non è accettabile votare ancora per la stessa gente che 10, 20 anni fa oramai, si trovava nello stesso identico posto, tante le parole dette, tante le promesse fatte, ma la crisi ce la stiamo sobbarcando tutta noi, e loro sono ancora li a sfornare parole e spillare promesse di cambiamento.
Cambiamento,
preferisco notarne l'ironia che l'ipocrisia, altrimenti l'acidità di stomaco aumenta.
Non c'è il tasto "refresh" in Parlamento da qualche parte?
mercoledì 2 novembre 2011
Giusto per rimanere in tema...
Da Il Corriere della Sera:
In Italia circolano 72 mila auto blu: il dato ufficiale basta consultarlo sul sito del Formez che ha compiuto il monitoraggio per conto del ministero della pubblica amministrazione. Numero sbalorditivo ma il bello deve ancora venire.
Già, perchè si scopre che la nostra burocrazia è riuscita a catalogare le auto di servizio in tre gruppi: le "auto blu-blu" (proprio così, due volte blu) che sono quelle di rappresentanza politico-istituzionale "a disposizione di autorità e alte cariche dello Stato e delle amministrazioni locali" (circa 2 mila), poi le "auto blu" (una sola volta blu) che sono quelle a disposizione dei "dirigenti apicali" (testuale, circa 10 mila), infine le "auto grigie" adibite, dice la relazione del Formez, ai "servizi operativi" (60 mila). Gli addetti sono 35 mila (di cui 14 mila autisti), la spesa per il personale è di 1,2 miliardi di euro all'anno. La spesa di gestione è di 350 milioni di euro che, sommando gli ammortamenti, diventa di 650 milioni. C'è poco da commentare, basta una parola: vergogna.
E nel Regno Unito? Occorre una premessa: le auto di servizio vengono gestite da un'authority che dipende dal ministero dei trasporti e si chiama "Government Car and Despatch Agency". In pratica, se un dipartimento ha bisogno di un'auto blu deve rivolgersi e farne richiesta all'Agenzia. Ecco i numeri ufficiali (anche in questo caso consultabili facilmente sul sito della "GCDA" oltre che del governo): al 31 marzo 2010 le auto blu in dotazione ai ministeri erano 78, il parco auto era complessivamente di 261 nel 2010, sceso a 195 nel 2011. Per parco auto s'intendono le vetture "blu-blu" (usiamo la terminlogia italiana e non quella britannica che si limita a un sobrio "ministerial cars") e le vetture "blu" e "grigie", utlilizzate per i servizi (ad esempio trasporto documenti e posta). Gli addetti sono 239 e il costo complessivo è di circa 7 milioni di sterline.
Ammettiamo pure che alla statistica sfuggano le auto di rappresentanza della famiglia reale (che sono 8). Ammettiamo che sfuggano pure quelle dei magistrati dell'Alta Corte e dei sindaci delle maggiori città. Nonostante tutto il raffronto fra Roma e Londra (sulle auto blu-blu) è imbarazzante. E poi ci sorprendiamo se scivoliamo sempre più giù...
In Italia circolano 72 mila auto blu: il dato ufficiale basta consultarlo sul sito del Formez che ha compiuto il monitoraggio per conto del ministero della pubblica amministrazione. Numero sbalorditivo ma il bello deve ancora venire.
Già, perchè si scopre che la nostra burocrazia è riuscita a catalogare le auto di servizio in tre gruppi: le "auto blu-blu" (proprio così, due volte blu) che sono quelle di rappresentanza politico-istituzionale "a disposizione di autorità e alte cariche dello Stato e delle amministrazioni locali" (circa 2 mila), poi le "auto blu" (una sola volta blu) che sono quelle a disposizione dei "dirigenti apicali" (testuale, circa 10 mila), infine le "auto grigie" adibite, dice la relazione del Formez, ai "servizi operativi" (60 mila). Gli addetti sono 35 mila (di cui 14 mila autisti), la spesa per il personale è di 1,2 miliardi di euro all'anno. La spesa di gestione è di 350 milioni di euro che, sommando gli ammortamenti, diventa di 650 milioni. C'è poco da commentare, basta una parola: vergogna.
E nel Regno Unito? Occorre una premessa: le auto di servizio vengono gestite da un'authority che dipende dal ministero dei trasporti e si chiama "Government Car and Despatch Agency". In pratica, se un dipartimento ha bisogno di un'auto blu deve rivolgersi e farne richiesta all'Agenzia. Ecco i numeri ufficiali (anche in questo caso consultabili facilmente sul sito della "GCDA" oltre che del governo): al 31 marzo 2010 le auto blu in dotazione ai ministeri erano 78, il parco auto era complessivamente di 261 nel 2010, sceso a 195 nel 2011. Per parco auto s'intendono le vetture "blu-blu" (usiamo la terminlogia italiana e non quella britannica che si limita a un sobrio "ministerial cars") e le vetture "blu" e "grigie", utlilizzate per i servizi (ad esempio trasporto documenti e posta). Gli addetti sono 239 e il costo complessivo è di circa 7 milioni di sterline.
Ammettiamo pure che alla statistica sfuggano le auto di rappresentanza della famiglia reale (che sono 8). Ammettiamo che sfuggano pure quelle dei magistrati dell'Alta Corte e dei sindaci delle maggiori città. Nonostante tutto il raffronto fra Roma e Londra (sulle auto blu-blu) è imbarazzante. E poi ci sorprendiamo se scivoliamo sempre più giù...
La situazione italiana in Europa
L' Europa passa un brutto periodo, e non si capisce come risollevare l'economia del nostro piccolo gruppo di Nazioni.
"Sto vivendo una crisi
e una crisi c'è sempre ogni volta che qualcosa non va
sto vivendo una crisi
e una crisi è nell'aria ogni volta che mi sento solo "
e una crisi c'è sempre ogni volta che qualcosa non va
sto vivendo una crisi
e una crisi è nell'aria ogni volta che mi sento solo "
In particolare l'Italia, una giovinetta di bell'aspetto che spende tutti i soldi del suo conto corrente facendo debiti a destra a manca, ma non riesce ad avere i giusti introiti, e cerca spiccioli in angusti e semivuoti pozzi. Qualche spicciolo di poco conto, ma che sembra oro puro.
"so che rimarrò distratto per un po'
quindi rimarrò altrettanto distante"
quindi rimarrò altrettanto distante"
Non si accorge che spendendo meno per mantenere il suo bell'aspetto, forse riuscirebbe a risolvere i problemi economici. Non capisce che non è tappando la piccola perdita del rubinetto che si spreca meno acqua. E' chiudendo il rubinetto che i veri effetti della manovra si fanno sentire.
quando inizia una crisi è un po' tutto concesso
quasi come a carnevale
quando è in corso una crisi dimentico tutto
e posso farmi perdonare
so che rimarrò un po' assente da scuola
e forse non andrei nemmeno al lavoro
quasi come a carnevale
quando è in corso una crisi dimentico tutto
e posso farmi perdonare
so che rimarrò un po' assente da scuola
e forse non andrei nemmeno al lavoro
Ma no, lei decide di aprirlo ancora di più il rubinetto, non ne ha abbastanza e mai ne avrà. Piangendo lascrime laccate oro e agevolazioni. Impastando scuse sui mancati tagli agli sprechi e ai costi della sua politica spendacciona che aveva promesso di fare. Rimanendo solo con quegli spiccioli che finiscono subito, mentre i pozzi e le fontane sono sempre più vuoti, gli spiccioli sono finiti.
"molto spesso una crisi è tutt'altro che folle
è un eccesso di lucidità
sta finendo la crisi e ogni volta che passa una crisi
resta qualche traccia
infatti ultimamente rido per niente
e non mi nascondo più facilmente
e malgrado sembri male
cambia solo il modo di giudicare"
è un eccesso di lucidità
sta finendo la crisi e ogni volta che passa una crisi
resta qualche traccia
infatti ultimamente rido per niente
e non mi nascondo più facilmente
e malgrado sembri male
cambia solo il modo di giudicare"
E davanti all'Europa portiamo lettere di intenti che sanno di prometto di essere buono ma che sono pagine bianche. Mentre la giovinetta continua a pretendere vita sfarzosa,gentilmente offerta da noi vassalli troppo occupati a guadagnarci da vivere per riuscire a capire bene la situazione, eliminando la solidarietà che doveva essere costituzionale, non solo una tassa, in un caso come questo.
(Ancora non riesco a concepire un sistema in cui uno Stato, cioè un'insieme di persone, cioè io e la mia famiglia ad esempio, debba essere come un azienda, che fallisce, vive, muore, viene comprato e svenduto a piacimento. Come se la vita mia e della mia famiglia falliscono, vivono, muoiono, vengono comprate e svendute a piacimento. E il mio futuro va a puttane e auto blu.)
mercoledì 26 ottobre 2011
Servizio di Tg2 Costume e Società sulle giovani laureate quasi 30enni "mammone per forza". la maggior parte (qualcosa tipo 87%) non ha lavoro ed è costretta a vivere ancora con i genitori.
Fine del servizio: intervista ad una ragazza che ha il coraggio di vivere da sola con pochi soldi. PERCHE' C'E' ANCORA QUALCUNO CHE NONOSTANTE TUTTO CI SPERA (ci mancava il "povero sfigato" alla fine).
Non commento perchè sarebbe un reiterare il reato.
Ed intanto, niente tagli ai costi della politica, niente incentivi ai giovani. Però sono servizi utili, per far capire ai giovani che è ora che vanno a zappare la terra. Il mio prof di psicologia lo diceva già 5 6 anni fa. previdente
Fine del servizio: intervista ad una ragazza che ha il coraggio di vivere da sola con pochi soldi. PERCHE' C'E' ANCORA QUALCUNO CHE NONOSTANTE TUTTO CI SPERA (ci mancava il "povero sfigato" alla fine).
Non commento perchè sarebbe un reiterare il reato.
Ed intanto, niente tagli ai costi della politica, niente incentivi ai giovani. Però sono servizi utili, per far capire ai giovani che è ora che vanno a zappare la terra. Il mio prof di psicologia lo diceva già 5 6 anni fa. previdente
domenica 23 ottobre 2011
Scienze della Comunicazione
Forse perchè mi sento tirata in causa come parte della percentuale di studenti che frequentano "inutili corsi in Scenze della Comunicazione ed altre amenità...(cit.)" e che quindi non portiamo soldi nè futuro al paese. Forse perchè ho scelto unp dei lavori più inflazionati al momento, dove la riuscita è scarsa ed i prodotti malpagati. Forse si, per questo cito l'articolo de Il Fatto Quotidiano sul mio corso di laurea, sperando solamente di far capire a quei vecchi bacucchi che ancora guardano alla praticità, che senza comunicazione loro stessi non avrebbero potuto far passare al mondo le loro idee. Senza comunicazione, la Gelmini non avrebbe avuto un nutrito ufficio stampa che le scrive i pezzi. Senza Facebook, Twitter, i giornali, la TV oggi il mondo non sarebbe quello che è ed è per gente che studia questi fenomeni che c'è la globalizzazione. Tutto è comunicazione, quando lo capirete?
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/22/laureati-in-comunicazione-e-altre-amenita/165661/
Prima del mio intervento Giovanna Cosenza, nota blogger e docente di Semiotica all’Università di Bologna, ha ricordato come da qualche tempo tutti se la prendono con i corsi di Comunicazione: già nel gennaio 2011 a Ballarò Maria Stella Germini denigrò questi studenti dichiarando che “In Italia servono profili tecnici competenti, invece di tanti corsi di laurea inutili in Scienze della Comunicazione o in altre amenità. Servono profili che incontrino le esigenze del mercato”. Qualche giorno fa Maurizio Sacconì ha dichiarato nel salotto di Vespa (sic) che “Il problema dei giovani è che spesso non vengono seguiti dai genitori, che consentono loro di iscriversi a facoltà universitarie come Scienze della Comunicazione”. Ad onor di cronaca persino una puntata dei Simpson si dedicò all’omologo americano del corso di laurea italiano.
Però i dati occupazionali sui laureati in Comunicazione raccontano qualcos’altro: alcuni mesi addietro evidenziò questo aspetto la stessa Giovanna Cosenza in un suo post molto commentato e frutto delle analisi dall’autorevole osservatorio AlmaLaurea: l’87% dei laureati in Comunicazione nel 2004 a cinque anni dalla laurea aveva trovato un lavoro (la media nazionale era l’82%). Nel 2008 (in piena crisi) il dato dei laureati triennali con un lavoro si attestava al 49% (rispetto alla media nazionale del 42.4%). Come è stato affermato durante l’incontro, oggi il problema non è solo occupazionale, ma anche di inflazione dell’offerta formativa. Nel 1992 c’erano 4 corsi di laurea in Scienze della Comunicazione attivati in Italia: Siena, Bologna, Roma e l’università della Calabria. Oggi i corsi afferenti sono circa 150.
Al netto della difficoltà di districarsi in una giungla formativa complessa, c’è da dire che le occasioni professionali si sono moltiplicate, basta soltanto non percorrere sentieri già battuti dal giornalismo tradizionale. Al netto degli ancora numerosi abusi perpetuati ai danni della categoria dei (neo)giornalisti e comunicatori, c’è smarrimento ma anche molto fermento. Cosi ha scritto il direttore de “La Stampa” Mario Calabresi nel suo nuovo libro “Cosa tiene accese le stelle”: “Oggi il mondo della comunicazione è un mare vasto il doppio. Si sono moltiplicate piattaforme, tv, uffici stampa, s’è allargato il mondo. Il problema è che siamo spaesati, dobbiamo imparare a scoprirlo, capire le nuove direzioni e le nuove opportunità”. Sono d’accordo con lui.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/22/laureati-in-comunicazione-e-altre-amenita/165661/
Laurea in Comunicazione “e altre amenità”
Pochi giorni fa ho partecipato al Job Meeting organizzato a Bologna, su invito di Eleonora Voltolina della Repubblica degli Stagisti. L’incontro aveva un titolo provocatorio ma alquanto diretto: “Si può mangiare con la filosofia o la semiotica?”. Ho parlato ad una platea di un centinaio di giovanissimi, soprattutto studenti di Scienze della Comunicazione. Ho raccontato la community dei wwworkers, ovvero dei nuovi lavoratori della Rete, coloro che hanno scelto di lasciare il posto fisso mettendosi in proprio e facendo business grazie alle nuove tecnologie.Prima del mio intervento Giovanna Cosenza, nota blogger e docente di Semiotica all’Università di Bologna, ha ricordato come da qualche tempo tutti se la prendono con i corsi di Comunicazione: già nel gennaio 2011 a Ballarò Maria Stella Germini denigrò questi studenti dichiarando che “In Italia servono profili tecnici competenti, invece di tanti corsi di laurea inutili in Scienze della Comunicazione o in altre amenità. Servono profili che incontrino le esigenze del mercato”. Qualche giorno fa Maurizio Sacconì ha dichiarato nel salotto di Vespa (sic) che “Il problema dei giovani è che spesso non vengono seguiti dai genitori, che consentono loro di iscriversi a facoltà universitarie come Scienze della Comunicazione”. Ad onor di cronaca persino una puntata dei Simpson si dedicò all’omologo americano del corso di laurea italiano.
Però i dati occupazionali sui laureati in Comunicazione raccontano qualcos’altro: alcuni mesi addietro evidenziò questo aspetto la stessa Giovanna Cosenza in un suo post molto commentato e frutto delle analisi dall’autorevole osservatorio AlmaLaurea: l’87% dei laureati in Comunicazione nel 2004 a cinque anni dalla laurea aveva trovato un lavoro (la media nazionale era l’82%). Nel 2008 (in piena crisi) il dato dei laureati triennali con un lavoro si attestava al 49% (rispetto alla media nazionale del 42.4%). Come è stato affermato durante l’incontro, oggi il problema non è solo occupazionale, ma anche di inflazione dell’offerta formativa. Nel 1992 c’erano 4 corsi di laurea in Scienze della Comunicazione attivati in Italia: Siena, Bologna, Roma e l’università della Calabria. Oggi i corsi afferenti sono circa 150.
Al netto della difficoltà di districarsi in una giungla formativa complessa, c’è da dire che le occasioni professionali si sono moltiplicate, basta soltanto non percorrere sentieri già battuti dal giornalismo tradizionale. Al netto degli ancora numerosi abusi perpetuati ai danni della categoria dei (neo)giornalisti e comunicatori, c’è smarrimento ma anche molto fermento. Cosi ha scritto il direttore de “La Stampa” Mario Calabresi nel suo nuovo libro “Cosa tiene accese le stelle”: “Oggi il mondo della comunicazione è un mare vasto il doppio. Si sono moltiplicate piattaforme, tv, uffici stampa, s’è allargato il mondo. Il problema è che siamo spaesati, dobbiamo imparare a scoprirlo, capire le nuove direzioni e le nuove opportunità”. Sono d’accordo con lui.
mercoledì 19 ottobre 2011
Tanto per cominciare bene la mattina
Articolo uscito oggi 19 ottobre su Il Fatto Quotidiano, che racconta l'ennesima storia dell'ennesimo cervello in fuga che in Italia viene sottopagato, se viene pagato tra l'altro, con la scusa di stage gratuiti e formativi. E il lavoro si trova invece solo all'estero. Guardiamo all'Inghilterra, alla Germania, alla Scandinavia con occhi sognanti come i nostri avi quando scorgevano dai barconi la Statua della Libertà. Com'è possibile avere cosi concrete possibilità all'estero, quando la crisi, dicono, sia globale? Cattiva gestione delle risorse, criminalità dilagante, sindrome della "pancia piena, la mia" che certo caratterizza l'Italia, ma fino a che punto un'intero paese potrà restare sottomesso al potere oligarchico di qualche criminale legalizzato? Se poi aggiungiamo che le aziende, quelle grandi che i soldi ce li hanno, marciano sulla situazione, pestando i cadaveri, allora le risposte a queste perenni domande sembrano leggermente più chiare. E tutto ciò che resta è un pugno di mosche per noi giovani, che facciamo di tutto per essere all'altezza delle aspettative, e tutto ciò che ci sanno dire è: dovevi fare il muratore, l'idraulico, la sarta, questi lavori non li fa più nessuno.
Soli con la nostra indignazione, alla fine.
Ecco l'articolo
Ha scritto un’email di protesta a un editore che offriva uno stage senza rimborso spese, adatto “solo – recitava l’annuncio – a chi può mantenersi per parecchi mesi a Milano”. E in tutta risposta, Caterina De Manuele, 28 anni e una laurea al Politecnico di Milano in Design degli interni con 109 su 110, si è presa della “mignotta”. Eppure lei non lo voleva nemmeno quel posto a ‘Flash art’, un’importante rivista d’arte (“la prima in Europa”, vanta il sito online). Perché da mesi ha già un contratto vero.
Lo ha ottenuto prima in uno studio di architettura d’interni in Germania, poi in Inghilterra. Non in Italia, dove al massimo era arrivata a prendere 600 euro al mese. In nero. L’annuncio di Flash Art le ha fatto ripensare a quel periodo. Si è indignata quando ha letto: “Teniamo a precisare che, ahinoi, per almeno 8-10 mesi, il rimborso spese per uno stagista che deve imparare tutto è minimo, quasi inesistente”. Poco più in là la giustificazione, firmata in prima persona dal direttore ed editore, Giancarlo Politi: “D’altronde lo stage, almeno da noi, vi permette di apprendere al meglio una professione”. Caterina si è ricordata di quando spulciava le offerte di lavoro una a una. “Mi sono laureata a ottobre 2008. Subito dopo l’inizio della crisi – racconta a ilfattoquotidiano.it -. Ho infilato curricula in ogni mail box esistente”.
Il colloquio arrivava solo in pochissimi casi. E spesso era una delusione: “Mi chiedevano di lavorare gratis nel periodo di prova. Domandavo: ‘Per quanto tempo? Due-tre mesi o cinque-sei?’”. Risposte vaghe. Così come nessuna certezza c’era sul dopo: “Al massimo potevo aspirare a una finta partita Iva”. Alla fine l’avevano presa per uno stage gratuito. Poi qualche mese di lavoro senza contratto regolare in uno studio di architetti nel capoluogo lombardo. Quando ha visto l’annuncio, Caterina si è arrabbiata, “perché veniva spacciato per stage un lavoro da editor, che richiedeva una persona già formata”. Così ha deciso di scrivere un’email a Politi.
Gli ha fatto una domanda diretta: “Perché i miei genitori o chi per essi dovrebbero pagare perché io lavori per lei?”. Poco dopo la risposta. Piccata (leggi lo scambio di email). “Caterina – ha scritto l’editore – se tu fossi in grado di lavorare per noi ti offrirei subito, anzi, prima, due o tremila euro al mese. Prima impara a scrivere, a leggere dai siti e giornali del mondo, a fare una notizia in dieci righe, a fare l’editing di un testo, a impaginare con inDesign e poi potrai avanzare pretese”. E ancora: “Lo sai cosa dice Tronchetti Provera? Lavorare oggi a buoni livelli è un lusso. Se uno non lo capisce vada a lavorare al Mac Donald”. Fino al post scriptum: “Chiedi allo Stato di aiutarti. La mia azienda non è di beneficenza. E tu cerchi la beneficenza”.
Niente di più falso, per Caterina. Se ci si è laureati a piani voti, si sanno usare almeno dieci software tecnici e si parlano quattro lingue, non è certo la beneficenza quella che si cerca. Glielo ha detto, a Politi. E poi gli ha scritto: “La beneficenza se la faccia fare lei, povero indigente che non può nemmeno pagare un povero stagista il minimo”. La replica è stata un insulto: “Ora anche le mignotte debbono parlare 4 lingue, conoscere l’arte e inDesign. Il globalismo fa miracoli”. Il botta e risposta tra Caterina e il direttore di Flash Art è finito su Facebook. Poi in Rete è iniziato il tam tam. Lo scambio di email è stato ripreso dalla pagina sul social network del Manifesto dello stagista, da Lettera Viola e dalla Repubblica degli stagisti. Molte le proteste piovute sulla bacheca Facebook di Flash Art. Tanto che Politi ha pubblicato sul sito della rivista un nuovo messaggio, accusando Caterina di avere manipolato e modificato una sua risposta.
Il rimborso spese da “quasi inesistente” è diventato di 350-500 euro al mese. Mentre chi aveva protestato è stato definito “un utente un po’ frustrato che ignora il moderno concetto di stage”. Ma il “moderno concetto di stage” non coincide con quello che Caterina ha trovato fuori dall’Italia. “Nel novembre 2009 ne ho iniziato uno a Stoccarda, in Germania. Pagato 750 euro al mese”. Poi le hanno fatto il contratto e presto sono arrivate altre opportunità. Così, due mesi fa, Caterina è partita di nuovo, alla volta di Londra. A fine ottobre terminerà il periodo di prova. E se tutto andrà bene le verrà proposto un contratto a tempo indeterminato da 32mila sterline all’anno (oltre 36mila euro). ”Da quando lavoro all’estero – racconta – seguo personalmente il cliente, partecipo al processo creativo insieme a lui e ai miei superiori”.
Non nasconde la propria soddisfazione Caterina, consapevole di avere dovuto lasciare la sua casa, i suoi genitori, il suo Paese. E i suoi amici rimasti in Italia. E’ stato anche per loro che domenica scorsa ha scritto a Giorgio Napolitano (leggi la lettera): “I miei amici fanno tre lavori per mantenersi, buttano giù rospi incredibili e continuano a rimboccarsi le maniche nonostante centinaia di porte in faccia”. Poi una preghiera: “Signor presidente, ci aiuti a ritrovare le nostre speranze. Non lasciateci soli”. Perché nessuno offra più lavori non pagati. Anche da noi.
link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/18/indignata-per-stage-gratis-le-danno-della-mignotta-allestero-ho-un-contratto-vero/164701/
Soli con la nostra indignazione, alla fine.
Ecco l'articolo
Indignata per stage gratis, le danno della mignotta. “All’estero ho un contratto vero”
Il botta e risposta tra Caterina, 28 anni, e l'editore della rivista 'Flash art' che offriva tirocini senza rimborso spese è diventato un caso in Rete. La ragazza racconta: "In Italia lavoravo in nero per 600 euro al mese. A Londra ho un lavoro di responsabilità". E scrive a Napolitano: "Ci aiuti a ritrovare le nostre speranze"
Lo ha ottenuto prima in uno studio di architettura d’interni in Germania, poi in Inghilterra. Non in Italia, dove al massimo era arrivata a prendere 600 euro al mese. In nero. L’annuncio di Flash Art le ha fatto ripensare a quel periodo. Si è indignata quando ha letto: “Teniamo a precisare che, ahinoi, per almeno 8-10 mesi, il rimborso spese per uno stagista che deve imparare tutto è minimo, quasi inesistente”. Poco più in là la giustificazione, firmata in prima persona dal direttore ed editore, Giancarlo Politi: “D’altronde lo stage, almeno da noi, vi permette di apprendere al meglio una professione”. Caterina si è ricordata di quando spulciava le offerte di lavoro una a una. “Mi sono laureata a ottobre 2008. Subito dopo l’inizio della crisi – racconta a ilfattoquotidiano.it -. Ho infilato curricula in ogni mail box esistente”.
Il colloquio arrivava solo in pochissimi casi. E spesso era una delusione: “Mi chiedevano di lavorare gratis nel periodo di prova. Domandavo: ‘Per quanto tempo? Due-tre mesi o cinque-sei?’”. Risposte vaghe. Così come nessuna certezza c’era sul dopo: “Al massimo potevo aspirare a una finta partita Iva”. Alla fine l’avevano presa per uno stage gratuito. Poi qualche mese di lavoro senza contratto regolare in uno studio di architetti nel capoluogo lombardo. Quando ha visto l’annuncio, Caterina si è arrabbiata, “perché veniva spacciato per stage un lavoro da editor, che richiedeva una persona già formata”. Così ha deciso di scrivere un’email a Politi.
Gli ha fatto una domanda diretta: “Perché i miei genitori o chi per essi dovrebbero pagare perché io lavori per lei?”. Poco dopo la risposta. Piccata (leggi lo scambio di email). “Caterina – ha scritto l’editore – se tu fossi in grado di lavorare per noi ti offrirei subito, anzi, prima, due o tremila euro al mese. Prima impara a scrivere, a leggere dai siti e giornali del mondo, a fare una notizia in dieci righe, a fare l’editing di un testo, a impaginare con inDesign e poi potrai avanzare pretese”. E ancora: “Lo sai cosa dice Tronchetti Provera? Lavorare oggi a buoni livelli è un lusso. Se uno non lo capisce vada a lavorare al Mac Donald”. Fino al post scriptum: “Chiedi allo Stato di aiutarti. La mia azienda non è di beneficenza. E tu cerchi la beneficenza”.
Niente di più falso, per Caterina. Se ci si è laureati a piani voti, si sanno usare almeno dieci software tecnici e si parlano quattro lingue, non è certo la beneficenza quella che si cerca. Glielo ha detto, a Politi. E poi gli ha scritto: “La beneficenza se la faccia fare lei, povero indigente che non può nemmeno pagare un povero stagista il minimo”. La replica è stata un insulto: “Ora anche le mignotte debbono parlare 4 lingue, conoscere l’arte e inDesign. Il globalismo fa miracoli”. Il botta e risposta tra Caterina e il direttore di Flash Art è finito su Facebook. Poi in Rete è iniziato il tam tam. Lo scambio di email è stato ripreso dalla pagina sul social network del Manifesto dello stagista, da Lettera Viola e dalla Repubblica degli stagisti. Molte le proteste piovute sulla bacheca Facebook di Flash Art. Tanto che Politi ha pubblicato sul sito della rivista un nuovo messaggio, accusando Caterina di avere manipolato e modificato una sua risposta.
Il rimborso spese da “quasi inesistente” è diventato di 350-500 euro al mese. Mentre chi aveva protestato è stato definito “un utente un po’ frustrato che ignora il moderno concetto di stage”. Ma il “moderno concetto di stage” non coincide con quello che Caterina ha trovato fuori dall’Italia. “Nel novembre 2009 ne ho iniziato uno a Stoccarda, in Germania. Pagato 750 euro al mese”. Poi le hanno fatto il contratto e presto sono arrivate altre opportunità. Così, due mesi fa, Caterina è partita di nuovo, alla volta di Londra. A fine ottobre terminerà il periodo di prova. E se tutto andrà bene le verrà proposto un contratto a tempo indeterminato da 32mila sterline all’anno (oltre 36mila euro). ”Da quando lavoro all’estero – racconta – seguo personalmente il cliente, partecipo al processo creativo insieme a lui e ai miei superiori”.
Non nasconde la propria soddisfazione Caterina, consapevole di avere dovuto lasciare la sua casa, i suoi genitori, il suo Paese. E i suoi amici rimasti in Italia. E’ stato anche per loro che domenica scorsa ha scritto a Giorgio Napolitano (leggi la lettera): “I miei amici fanno tre lavori per mantenersi, buttano giù rospi incredibili e continuano a rimboccarsi le maniche nonostante centinaia di porte in faccia”. Poi una preghiera: “Signor presidente, ci aiuti a ritrovare le nostre speranze. Non lasciateci soli”. Perché nessuno offra più lavori non pagati. Anche da noi.
mercoledì 12 ottobre 2011
La Laurea...
non è il traguardo.
E' piuttosto il mezzo.
E ora rimbocchiamoci le maniche, il futuro non te lo regala nessuno, quando i miei coetanei vorranno finalmente accettarlo?
E' piuttosto il mezzo.
E ora rimbocchiamoci le maniche, il futuro non te lo regala nessuno, quando i miei coetanei vorranno finalmente accettarlo?
martedì 11 ottobre 2011
PRENDERE E PARTIRE
Questa è un'intervista finta fatta ad una mia compagna di corso di formazione (una delle cose più inutili sulla faccia della terra tra l'altro...), pertinente al blog.
PRENDERE E PARTIRE...
PRENDERE E PARTIRE...
Lucia, 26 anni, una giovane italiana, laureata in lettere moderne, che come tutti noi giovani italiani laureati sospira pensando al futuro. Al solo sentire nominare questa parola, lo sguardo si fa basso, vago, inquieto. La stessa reazione che avrebbe un qualsiasi ventenne o trentenne di oggi, insomma, dalle tante speranze, che purtroppo cozzano con la realtà dei fatti. Indossiamo le stesse scarpe, abbiamo le stesse paure e preoccupazioni, siamo coetanee. Siamo una categoria, “i giovani laureati e disoccupati” protagonisti delle percentuali, che non sanno dove sbattere la testa e che sono vittime di scelte sbagliate, degli altri, spesso. C’è crisi, non c’è lavoro, il Paese affonda, e non ci possiamo fare niente. A questo punto è una domanda che ci accomuna più di tutto il resto, “ è forse prendere e partire, andarsene, lasciare l’Italia con la sua immondizia, l’unica soluzione per dimostrare le nostre capacità e riprenderci, una volta per tutte, il nostro futuro?
1 – Nei tempi che corrono, l’estero si presenta come l’emblema delle possibilità aperte e della meritocrazia. Ti piacerebbe partire e fare un’esperienza formativa all’estero? Perché?
· Indubbiamente si, mi piacerebbe, perché in Italia purtroppo non ci sono molte speranze per noi giovani, neolaureati e non. Sono stata in vacanza ad Helsinki nel 2009, ed ho visto una cultura totalmente diversa, anche se ci sono stata soltanto una settimana. Allo stesso tempo è brutto dover lasciare i propri affetti, sarebbe bello potersi realizzare qui.
2 – Prendere e partire non è mai facile, si sa. Cosa trovi più duro affrontare, oltre che lasciare la famiglia e gli amici, inserirsi in una cultura diversa dalla nostra, o magari affrontare il senso di colpa di lasciare il proprio paese che affonda ma sentirsi impotenti?
· Egoisticamente, mi spiacerebbe soprattutto lasciare gli affetti qui. Inserirsi in un nuovo contesto ha sempre le sue difficoltà, ma non mi sentirei in colpa a lasciare l’Italia perché purtroppo non credo ci saranno miglioramenti, almeno in questo periodo. È un sistema che va cambiato nelle fondamenta. Prendere e partire non è scappare, ma è dare un segnale importante alle istituzioni.
3 – Quali nazioni o città credi siano le migliori, in Europa e non, dove poter esprimere le proprie capacità ed avere, magari, il futuro desiderato?
· Non ho viaggiato moltissimo. Sono stata in Francia, in Grecia e in Finlandia, ma se dovessi scegliere, preferirei l’Europa del nord. Credo siano un modello, a livello europeo ma anche mondiale, innanzitutto per la corruzione , pari a zero, poi anche per la mentalità stessa, totalmente diversa dalla nostra. Si da valore alla meritocrazia e la religione non influenza le scelte politiche come da noi, riuscendo a essere veri stati laici.
4 – La maggior parte dei giovani prende e parte senza a volte uno scopo preciso, ma solo perché arrivati a un livello di sopportazione limite, e l’unico desiderio è lasciare tutto. Tu a che livello stai? Come vedi il futuro?
· In questo momento non vedo un futuro, purtroppo. È una domanda che mi pongo spesso ultimamente, ma non riesco a darvi una risposta definitiva. Come tutti, penso, anche a me è venuto in mente di prendere tutto e andarmene, ma non so se sarebbe veramente risolutivo per quello che voglio fare nella vita.
domenica 2 ottobre 2011
Dottore..dottore.. eh??
Dopodomani mi laureo.
Certo c'è da esserne felici, anche abbastanza soddisfatti.
Anche se, la sensazione preponderante, in questo mix di ansia, paura, gioia, leggerezza, è che prima essere laureati contava qualcosa. Mi ricordo il giorno in cui si laureò mia madre. Avevo 2 anni. Era cosi bella nel suo vestito rosso, e si poteva vedere negli occhi della gente che la vedeva camminare tutta incoronata, orgoglio e soddisfazione. Le ultime lauree alle quali ho assistito invece, sono state abbastanza regolari, e mancava quell'alone di specialità intorno al fatto di essere laureato.(Dopo anni, mia mamma mi ripete ancora che le cose migliori che ha fatto nella vita sono Laura (moi) e la Laurea.)
Non è solo per il fatto che, oramai, tutti sono laureati, che spesso le lauree si pagano, o sono estremamente poco formative, o sono facili e poco significative. Non è solo per il fatto che la laurea non garantisce assolutamente un posto di lavoro, nè qui nè all'estero devo dire. Non è per quello.
La laurea è oramai diventato un requisito richiesto dai datori di lavoro, e spesse volte non ti da niente, non stimola la curiosità e non invita alla discussione. E' solo un pezzo di carta, si, che dice che forse sai di quegli argomenti, e che, di fatto, il 90% non ti servirà (parlo di lauree umanistiche almeno, anche se anche quelle mediche o tecniche non sono poi cosi diverse).
Mi piace aver studiato, e continuerò a farlo. Se potrò prenderò altre lauree, però mi sarebbe piaciuto imparare un mestiere. Come si faceva prima. L'arte del saper maneggiare e creare. E lo dico pensando a mia nonna che ricama da quando aveva 15 anni. Ora ne ha 74, ed ancora lo fa. Ed è la migliore sulla piazza, almeno per le signore dei paesi vicini.
In ogni caso, è una tappa. Ce ne saranno altre, fino al lavoro. Che ne è un altra di tappa. Per non fermarsi mai e per cogliere la vera essenza dell'Università, il motivo per il quale è nata ed ha assunto prestigio nel corso dei tempi. La ricerca. La conoscenza.
E forse è per questo che sono orgogliosa di aver studiato, e di continuare a farlo, anche durante il lavoro se potrò.
Certo c'è da esserne felici, anche abbastanza soddisfatti.
Anche se, la sensazione preponderante, in questo mix di ansia, paura, gioia, leggerezza, è che prima essere laureati contava qualcosa. Mi ricordo il giorno in cui si laureò mia madre. Avevo 2 anni. Era cosi bella nel suo vestito rosso, e si poteva vedere negli occhi della gente che la vedeva camminare tutta incoronata, orgoglio e soddisfazione. Le ultime lauree alle quali ho assistito invece, sono state abbastanza regolari, e mancava quell'alone di specialità intorno al fatto di essere laureato.(Dopo anni, mia mamma mi ripete ancora che le cose migliori che ha fatto nella vita sono Laura (moi) e la Laurea.)
Non è solo per il fatto che, oramai, tutti sono laureati, che spesso le lauree si pagano, o sono estremamente poco formative, o sono facili e poco significative. Non è solo per il fatto che la laurea non garantisce assolutamente un posto di lavoro, nè qui nè all'estero devo dire. Non è per quello.
La laurea è oramai diventato un requisito richiesto dai datori di lavoro, e spesse volte non ti da niente, non stimola la curiosità e non invita alla discussione. E' solo un pezzo di carta, si, che dice che forse sai di quegli argomenti, e che, di fatto, il 90% non ti servirà (parlo di lauree umanistiche almeno, anche se anche quelle mediche o tecniche non sono poi cosi diverse).
Mi piace aver studiato, e continuerò a farlo. Se potrò prenderò altre lauree, però mi sarebbe piaciuto imparare un mestiere. Come si faceva prima. L'arte del saper maneggiare e creare. E lo dico pensando a mia nonna che ricama da quando aveva 15 anni. Ora ne ha 74, ed ancora lo fa. Ed è la migliore sulla piazza, almeno per le signore dei paesi vicini.
In ogni caso, è una tappa. Ce ne saranno altre, fino al lavoro. Che ne è un altra di tappa. Per non fermarsi mai e per cogliere la vera essenza dell'Università, il motivo per il quale è nata ed ha assunto prestigio nel corso dei tempi. La ricerca. La conoscenza.
E forse è per questo che sono orgogliosa di aver studiato, e di continuare a farlo, anche durante il lavoro se potrò.
mercoledì 14 settembre 2011
A pennello
GB, non un Paese per vecchi
“Tu quanti anni hai?” “Ventisei?” “Ma sai che li porti proprio bene? Non li dimostri” mi disse davanti a una pinta post lavoro il nuovo manager IT, quelli che, per intenderci, risolvono tutti i problemi di tutti i computer di tutta l’azienda.Il manager IT, ventiquattro anni appena compiuti. Quando sono arrivata qui di anni ne avevo venticinque.
Uno in Italia a venticinque anni che fa? Ha appena finito l’università, cerca il primo lavoro. O se lavora già da un po’ magari cerca un altro lavoro, è contento con quello che ha, o cerca un contratto di lavoro serio, a tempo indeterminato.
A venticinque anni in Italia siamo nel bel mezzo di quella crisi d’identità che non sappiamo bene cosa fare.
Sentiamo che stiamo lentamente scivolando verso i trenta, ma ci ostiniamo a dire che siamo ancora giovani e c’è tempo per fare tutto quello che vogliamo.
Cerchiamo lavoro, ma tutti ci richiedono minimo 10 anni di esperienza, che se ne ho venticinque di anni dove la facevo l’esperienza? Forse nella pancia della mamma?
Facciamo master su master che non si sa mai, che alla fine la laurea 3+2 vale ma vale relativamente, e se fai solo i 3 anni perché non hai fatto gli altri 2 poi? Accettiamo tirocini e stage non pagati, e ci lasciamo mettere davanti a computer anteguerra per giornate intere, a cercare di imparare qualcosa, tutto per l’esperienza. Facciamo anni di praticantati non stipendiati perché funziona così, e avrai i tuoi soldi poi, nel futuro.
In tutto questo, sentiamo l’avanzare del tempo, e cerchiamo di fare finta di niente. Ma allo stesso tempo sentiamo che avremmo bisogno di una casa, di un lavoro vero, di una vita da adulti. È che da dove iniziamo?
Con questo non voglio dire che, se a ventotto anni o più si decide di cambiare, lasciare l’Italia e trasferirsi in Inghilterra tutto questo non sia possibile “perché sono troppo vecchio e non ho speranze”. No, perché qui le possibilità sono quasi infinite. Mentre in Italia sembrano scarseggiare. Intendo dire che qui a ventotto anni una persona lavora già da almeno sei anni. Mentre noi italiani potremmo benissimo essere ad una delle nostre prime esperienze lavorative. Intendo dire che, quando arrivi qui, una delle prime cose che pensi quando incontri un tuo coetaneo che lavora già da quattro anni mentre tu hai fatto solo lavoretti part time mentre studiavi, è: “Porca miseria. L’Italia è veramente un paese per vecchi. E noi, chi ci si piglia?”.
Basta guardare i nostri politici: il più giovane forse è il Trota, al secolo Renzo Bossi, e di certo non vorremmo avere lui come esempio di gioventù in politica. Per il resto l’età media si aggira tra i 40-50-60, tendendo pericolosamente verso i 70-80. Quindi alla mia età in Italia sono ancora giovane e magari farò quello che voglio fare a 45 anni.
Ma in Inghilterra non funziona così.
Gli inglesi a ventidue anni finiscono l’università. Ma la finiscono davvero. Non sono mezzi dottori come noi che poi ci tocca fare quei famosi più 2 perché qualcosa è andato storto in qualche passo della riforma, e facendo solo i tre sei “dottore di primo livello” o “dottore Junior”. E finisci sì a ventidue anni, ma dovresti cortesemente fare gli altri per togliere quel “junior” di mezzo.
Gli inglesi poi, finita l’università iniziano a lavorare. Trovano lavoro facendo all’inizio un tirocinio (molto probabilmente spesato), ma dato che qui esiste ancora la meritocrazia e ci sono ancora speranze per i giovani, hanno la possibilità poi di venire assunti a quel famoso tempo indeterminato di cui noi italiani siamo alla disperata ricerca.
E i non laureati? Anche senza laurea, ci si può provare. La testa, le capacità e l’essere buoni imprenditori di se stessi contano più del voto di laurea e di tutte le scartoffie che contano in Italia.
E allora a 22 si ritrovano a fare stage pagati in una grande azienda internazionale per sei mesi, con la possibilità,poi, di restare. A 26 lavorano in Procter&Gamble già da quattro anni, e faranno parte del “Comitato giovanile per le Olimpiadi 2012.” A 25 sono business developer per aziende appena nate, ma con potenziali stellari, che vogliono cervelli “freschi” e pieni di idee.
A ventiquattro sono manager nell’azienda per cui lavoro pure io, 26 anni, non proprio manager.
E sono quelli che al pub dopo il lavoro il venerdì (dopo avermi detto che mi porto bene i miei anni) mi chiedono: “Ma è vera quella cosa che dicono dell’Italia, che è così difficile trovare lavoro, anche per quelli della tua età?”
E io, a quel punto, che dovevo fare? Gli ho offerto un’altra birra. “Poi ne parliamo” gli ho detto. E in quel preciso momento mi è venuta in mente quella canzone di Elio e le storie tese, quella che dice: “Vorrei, vorrei (…) una casettina in periferia, la mogliettina, il posto fisso. Vorrei, vorrei, chissà se ce la farò mai.”
di Costanza Pasqua, blogger
link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/14/gb-non-un-paese-per-vecchi/157174/
martedì 6 settembre 2011
Decisioni very important
Lunedi 5 settembre, ho cominciato.
Martedi 6 settembre, ho continuato. Niente non è.
Martedi 6 settembre, ho continuato. Niente non è.
venerdì 2 settembre 2011
Step by step
Tra gli effetti di una bottiglia di vino in due, e l'atmosfera di una rievocazione storica paesana sufficentemente rinomata nella zona ed oltre, mi avvicino ad una non proprio economica cartomante per farmi leggere il futuro nei tarocchi.
C'è chi ci crede e chi no, io sono soltanto troppo curiosa.
Mi dice che otterrò i miei risultati, con dei sacrifici, ma devo allontanarmi dall'Italia ed andare all'estero.
"Ma che lavoro vuoi fare?"
"La giornalista"
"Ah, ecco".
All'estero ci andrò eccome, anche se ho sentito di talmente tanti troppi italiani a Londra che sembrerà non essersi mai staccati veramente da casa. Tuttavia i dubbi e le paure restano sempre.
Da un mese a questa parte diventerò dottoressa. Una modesta quanto inutile laurea triennale in Scienze della Comunicazione che tutti mi continuano gentilmente a ricordare che non serve assolutamente a niente, come se le lauree al giorno d'oggi servissero a far carriera come vent'anni fa.
In ogni caso un passo è fatto, una prima tappa sta per essere raggiunta. Se servirà o meno lo scoprirò solo più avanti. Ciò che ora mi spinge a continuare il mio percorso, oltre che una determinazione e una necessità tutte personali, è vedere quanti miei coetanei, senza troppi soldi, nè eccessive pretese, senza prospettive certe e senza basi solide, continuano imperterriti a studiare e ad inventarsi nuovi modi per sopravvivere a questa crisi del duemila.
Non è facile vedersi tagliare il futuro a colpi di manovre.
Ci sono troppe cose per le quali indignarsi oggi che oramai ci abbiamo fatto il callo. La tassa di solidarietà solo agli statali, gli stipendi delle famiglie messi a nudo sul web, i tagli alle pensioni e l'aumento del costo dei beni di prima necessità. Gli sprechi della politica ed i furti legalizzati.
Prendersi una laurea era segno di merito. In una società meritocratica questo avrebbe senso. L'attuale società ha preso una piega leggemente più obliqua.
Cosi questa mia laurea, in particolare, mi rende confusa e felice. Cosi il master a Londra sarà una grandissima esperienza, ma lasciare il mio paese sembra scappare da una nave che affonda, senza realmente fare niente. Sembra cosi difficile poter realmente cambiare le cose oggi, che tutti ci limitiamo a programmarci le nostre, di cose. E lasciamo per gli altri solo commenti senza utilità o frasi trite e ritrite.
Passo passo, una soluzione a questa brutta situazione si troverà per forza, e spero anche per la mia.
Per ora, non posso far altro che andare avanti e pensare che, almeno, una laurea ce l'ho.
C'è chi ci crede e chi no, io sono soltanto troppo curiosa.
Mi dice che otterrò i miei risultati, con dei sacrifici, ma devo allontanarmi dall'Italia ed andare all'estero.
"Ma che lavoro vuoi fare?"
"La giornalista"
"Ah, ecco".
All'estero ci andrò eccome, anche se ho sentito di talmente tanti troppi italiani a Londra che sembrerà non essersi mai staccati veramente da casa. Tuttavia i dubbi e le paure restano sempre.
Da un mese a questa parte diventerò dottoressa. Una modesta quanto inutile laurea triennale in Scienze della Comunicazione che tutti mi continuano gentilmente a ricordare che non serve assolutamente a niente, come se le lauree al giorno d'oggi servissero a far carriera come vent'anni fa.
In ogni caso un passo è fatto, una prima tappa sta per essere raggiunta. Se servirà o meno lo scoprirò solo più avanti. Ciò che ora mi spinge a continuare il mio percorso, oltre che una determinazione e una necessità tutte personali, è vedere quanti miei coetanei, senza troppi soldi, nè eccessive pretese, senza prospettive certe e senza basi solide, continuano imperterriti a studiare e ad inventarsi nuovi modi per sopravvivere a questa crisi del duemila.
Non è facile vedersi tagliare il futuro a colpi di manovre.
Ci sono troppe cose per le quali indignarsi oggi che oramai ci abbiamo fatto il callo. La tassa di solidarietà solo agli statali, gli stipendi delle famiglie messi a nudo sul web, i tagli alle pensioni e l'aumento del costo dei beni di prima necessità. Gli sprechi della politica ed i furti legalizzati.
Prendersi una laurea era segno di merito. In una società meritocratica questo avrebbe senso. L'attuale società ha preso una piega leggemente più obliqua.
Cosi questa mia laurea, in particolare, mi rende confusa e felice. Cosi il master a Londra sarà una grandissima esperienza, ma lasciare il mio paese sembra scappare da una nave che affonda, senza realmente fare niente. Sembra cosi difficile poter realmente cambiare le cose oggi, che tutti ci limitiamo a programmarci le nostre, di cose. E lasciamo per gli altri solo commenti senza utilità o frasi trite e ritrite.
Passo passo, una soluzione a questa brutta situazione si troverà per forza, e spero anche per la mia.
Per ora, non posso far altro che andare avanti e pensare che, almeno, una laurea ce l'ho.
mercoledì 17 agosto 2011
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