mercoledì 26 ottobre 2011

Servizio di Tg2 Costume e Società sulle giovani laureate quasi 30enni "mammone per forza". la maggior parte (qualcosa tipo 87%) non ha lavoro ed è costretta a vivere ancora con i genitori.
Fine del servizio: intervista ad una ragazza che ha il coraggio di vivere da sola con pochi soldi. PERCHE' C'E' ANCORA QUALCUNO CHE NONOSTANTE TUTTO CI SPERA (ci mancava il "povero sfigato" alla fine).
Non commento perchè sarebbe un reiterare il reato.
Ed intanto, niente tagli ai costi della politica, niente incentivi ai giovani. Però sono servizi utili, per far capire ai giovani che è ora che vanno a zappare la terra. Il mio prof di psicologia lo diceva già 5 6 anni fa. previdente

domenica 23 ottobre 2011

Scienze della Comunicazione

Forse perchè mi sento tirata in causa come parte della percentuale di studenti che frequentano "inutili corsi in Scenze della Comunicazione ed altre amenità...(cit.)" e che quindi non portiamo soldi nè futuro al paese. Forse perchè ho scelto unp dei lavori più inflazionati al momento, dove la riuscita è scarsa ed i prodotti malpagati. Forse si, per questo cito l'articolo de Il Fatto Quotidiano sul mio corso di laurea, sperando solamente di far capire a quei vecchi bacucchi che ancora guardano alla praticità, che senza comunicazione loro stessi non avrebbero potuto far passare al mondo le loro idee. Senza comunicazione, la Gelmini non avrebbe avuto un nutrito ufficio stampa che le scrive i pezzi. Senza Facebook, Twitter, i giornali, la TV oggi il mondo non sarebbe quello che è ed è per gente che studia questi fenomeni che c'è la globalizzazione. Tutto è comunicazione, quando lo capirete?

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/22/laureati-in-comunicazione-e-altre-amenita/165661/

Laurea in Comunicazione “e altre amenità”
Pochi giorni fa ho partecipato al Job Meeting organizzato a Bologna, su invito di Eleonora Voltolina della Repubblica degli Stagisti. L’incontro aveva un titolo provocatorio ma alquanto diretto: “Si può mangiare con la filosofia o la semiotica?”. Ho parlato ad una platea di un centinaio di giovanissimi, soprattutto studenti di Scienze della Comunicazione. Ho raccontato la community dei wwworkers, ovvero dei nuovi lavoratori della Rete, coloro che hanno scelto di lasciare il posto fisso mettendosi in proprio e facendo business grazie alle nuove tecnologie.

Prima del mio intervento Giovanna Cosenza, nota blogger e docente di Semiotica all’Università di Bologna, ha ricordato come da qualche tempo tutti se la prendono con i corsi di Comunicazione: già nel gennaio 2011 a Ballarò Maria Stella Germini denigrò questi studenti dichiarando che “In Italia servono profili tecnici competenti, invece di tanti corsi di laurea inutili in Scienze della Comunicazione o in altre amenità. Servono profili che incontrino le esigenze del mercato”. Qualche giorno fa Maurizio Sacconì ha dichiarato nel salotto di Vespa (sic) che “Il problema dei giovani è che spesso non vengono seguiti dai genitori, che consentono loro di iscriversi a facoltà universitarie come Scienze della Comunicazione”. Ad onor di cronaca persino una puntata dei Simpson si dedicò all’omologo americano del corso di laurea italiano.

Però i dati occupazionali sui laureati in Comunicazione raccontano qualcos’altro: alcuni mesi addietro evidenziò questo aspetto la stessa Giovanna Cosenza in un suo post molto commentato e frutto delle analisi dall’autorevole osservatorio AlmaLaurea: l’87% dei laureati in Comunicazione nel 2004 a cinque anni dalla laurea aveva trovato un lavoro (la media nazionale era l’82%). Nel 2008 (in piena crisi) il dato dei laureati triennali con un lavoro si attestava al 49% (rispetto alla media nazionale del 42.4%). Come è stato affermato durante l’incontro, oggi il problema non è solo occupazionale, ma anche di inflazione dell’offerta formativa. Nel 1992 c’erano 4 corsi di laurea in Scienze della Comunicazione attivati in Italia: Siena, Bologna, Roma e l’università della Calabria. Oggi i corsi afferenti sono circa 150.

Al netto della difficoltà di districarsi in una giungla formativa complessa, c’è da dire che le occasioni professionali si sono moltiplicate, basta soltanto non percorrere sentieri già battuti dal giornalismo tradizionale. Al netto degli ancora numerosi abusi perpetuati ai danni della categoria dei (neo)giornalisti e comunicatori, c’è smarrimento ma anche molto fermento. Cosi ha scritto il direttore de “La Stampa” Mario Calabresi nel suo nuovo libro “Cosa tiene accese le stelle”: “Oggi il mondo della comunicazione è un mare vasto il doppio. Si sono moltiplicate piattaforme, tv, uffici stampa, s’è allargato il mondo. Il problema è che siamo spaesati, dobbiamo imparare a scoprirlo, capire le nuove direzioni e le nuove opportunità”. Sono d’accordo con lui.

mercoledì 19 ottobre 2011

Tanto per cominciare bene la mattina

Articolo uscito oggi 19 ottobre su Il Fatto Quotidiano, che racconta l'ennesima storia dell'ennesimo cervello in fuga che in Italia viene sottopagato, se viene pagato tra l'altro, con la scusa di stage gratuiti e formativi. E il lavoro si trova invece solo all'estero. Guardiamo all'Inghilterra, alla Germania, alla Scandinavia con occhi sognanti come i nostri avi quando scorgevano dai barconi la Statua della Libertà. Com'è possibile avere cosi concrete possibilità all'estero, quando la crisi, dicono, sia globale? Cattiva gestione delle risorse, criminalità dilagante, sindrome della "pancia piena, la mia" che certo caratterizza l'Italia, ma fino a che punto un'intero paese potrà restare sottomesso al potere oligarchico di qualche criminale legalizzato? Se poi aggiungiamo che le aziende, quelle grandi che i soldi ce li hanno, marciano sulla situazione, pestando i cadaveri, allora le risposte a queste perenni domande sembrano leggermente più chiare. E tutto ciò che resta è un pugno di mosche per noi giovani, che facciamo di tutto per essere all'altezza delle aspettative, e tutto ciò che ci sanno dire è: dovevi fare il muratore, l'idraulico, la sarta, questi lavori non li fa più nessuno.
Soli con la nostra indignazione, alla fine.

Ecco l'articolo

Indignata per stage gratis, le danno della mignotta. “All’estero ho un contratto vero”

Il botta e risposta tra Caterina, 28 anni, e l'editore della rivista 'Flash art' che offriva tirocini senza rimborso spese è diventato un caso in Rete. La ragazza racconta: "In Italia lavoravo in nero per 600 euro al mese. A Londra ho un lavoro di responsabilità". E scrive a Napolitano: "Ci aiuti a ritrovare le nostre speranze"
 
Ha scritto un’email di protesta a un editore che offriva uno stage senza rimborso spese, adatto “solo – recitava l’annuncio – a chi può mantenersi per parecchi mesi a Milano”. E in tutta risposta, Caterina De Manuele, 28 anni e una laurea al Politecnico di Milano in Design degli interni con 109 su 110, si è presa della “mignotta”. Eppure lei non lo voleva nemmeno quel posto a ‘Flash art’, un’importante rivista d’arte (“la prima in Europa”, vanta il sito online). Perché da mesi ha già un contratto vero.

Lo ha ottenuto prima in uno studio di architettura d’interni in Germania, poi in Inghilterra. Non in Italia, dove al massimo era arrivata a prendere 600 euro al mese. In nero. L’annuncio di Flash Art le ha fatto ripensare a quel periodo. Si è indignata quando ha letto: “Teniamo a precisare che, ahinoi, per almeno 8-10 mesi, il rimborso spese per uno stagista che deve imparare tutto è minimo, quasi inesistente”. Poco più in là la giustificazione, firmata in prima persona dal direttore ed editore, Giancarlo Politi: “D’altronde lo stage, almeno da noi, vi permette di apprendere al meglio una professione”. Caterina si è ricordata di quando spulciava le offerte di lavoro una a una. “Mi sono laureata a ottobre 2008. Subito dopo l’inizio della crisi – racconta a ilfattoquotidiano.it -. Ho infilato curricula in ogni mail box esistente”.

Il colloquio arrivava solo in pochissimi casi. E spesso era una delusione: “Mi chiedevano di lavorare gratis nel periodo di prova. Domandavo: ‘Per quanto tempo? Due-tre mesi o cinque-sei?’”. Risposte vaghe. Così come nessuna certezza c’era sul dopo: “Al massimo potevo aspirare a una finta partita Iva”. Alla fine l’avevano presa per uno stage gratuito. Poi qualche mese di lavoro senza contratto regolare in uno studio di architetti nel capoluogo lombardo. Quando ha visto l’annuncio, Caterina si è arrabbiata, “perché veniva spacciato per stage un lavoro da editor, che richiedeva una persona già formata”. Così ha deciso di scrivere un’email a Politi.

Gli ha fatto una domanda diretta: “Perché i miei genitori o chi per essi dovrebbero pagare perché io lavori per lei?”. Poco dopo la risposta. Piccata (leggi lo scambio di email). “Caterina – ha scritto l’editore – se tu fossi in grado di lavorare per noi ti offrirei subito, anzi, prima, due o tremila euro al mese. Prima impara a scrivere, a leggere dai siti e giornali del mondo, a fare una notizia in dieci righe, a fare l’editing di un testo, a impaginare con inDesign e poi potrai avanzare pretese”. E ancora: “Lo sai cosa dice Tronchetti Provera? Lavorare oggi a buoni livelli è un lusso. Se uno non lo capisce vada a lavorare al Mac Donald”. Fino al post scriptum: “Chiedi allo Stato di aiutarti. La mia azienda non è di beneficenza. E tu cerchi la beneficenza”.

Niente di più falso, per Caterina. Se ci si è laureati a piani voti, si sanno usare almeno dieci software tecnici e si parlano quattro lingue, non è certo la beneficenza quella che si cerca. Glielo ha detto, a Politi. E poi gli ha scritto: “La beneficenza se la faccia fare lei, povero indigente che non può nemmeno pagare un povero stagista il minimo”. La replica è stata un insulto: “Ora anche le mignotte debbono parlare 4 lingue, conoscere l’arte e inDesign. Il globalismo fa miracoli”. Il botta e risposta tra Caterina e il direttore di Flash Art è finito su Facebook. Poi in Rete è iniziato il tam tam. Lo scambio di email è stato ripreso dalla pagina sul social network del Manifesto dello stagista, da Lettera Viola e dalla Repubblica degli stagisti. Molte le proteste piovute sulla bacheca Facebook di Flash Art. Tanto che Politi ha pubblicato sul sito della rivista un nuovo messaggio, accusando Caterina di avere manipolato e modificato una sua risposta.

Il rimborso spese da “quasi inesistente” è diventato di 350-500 euro al mese. Mentre chi aveva protestato è stato definito “un utente un po’ frustrato che ignora il moderno concetto di stage”. Ma il “moderno concetto di stage” non coincide con quello che Caterina ha trovato fuori dall’Italia. “Nel novembre 2009 ne ho iniziato uno a Stoccarda, in Germania. Pagato 750 euro al mese”. Poi le hanno fatto il contratto e presto sono arrivate altre opportunità. Così, due mesi fa, Caterina è partita di nuovo, alla volta di Londra. A fine ottobre terminerà il periodo di prova. E se tutto andrà bene le verrà proposto un contratto a tempo indeterminato da 32mila sterline all’anno (oltre 36mila euro).  ”Da quando lavoro all’estero – racconta – seguo personalmente il cliente, partecipo al processo creativo insieme a lui e ai miei superiori”.

Non nasconde la propria soddisfazione Caterina, consapevole di avere dovuto lasciare la sua casa, i suoi genitori, il suo Paese. E i suoi amici rimasti in Italia. E’ stato anche per loro che domenica scorsa ha scritto a Giorgio Napolitano (leggi la lettera): “I miei amici fanno tre lavori per mantenersi, buttano giù rospi incredibili e continuano a rimboccarsi le maniche nonostante centinaia di porte in faccia”. Poi una preghiera: “Signor presidente, ci aiuti a ritrovare le nostre speranze. Non lasciateci soli”. Perché nessuno offra più lavori non pagati. Anche da noi.
link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/18/indignata-per-stage-gratis-le-danno-della-mignotta-allestero-ho-un-contratto-vero/164701/

mercoledì 12 ottobre 2011

La Laurea...

non è il traguardo.
E' piuttosto il mezzo.
E ora rimbocchiamoci le maniche, il futuro non te lo regala nessuno, quando i miei coetanei vorranno finalmente accettarlo?

martedì 11 ottobre 2011

PRENDERE E PARTIRE

Questa è un'intervista finta fatta ad una mia compagna di corso di formazione (una delle cose più inutili sulla faccia della terra tra l'altro...), pertinente al blog.

PRENDERE E PARTIRE...


Lucia, 26 anni, una giovane italiana, laureata in lettere moderne, che come tutti noi giovani italiani laureati sospira pensando al futuro. Al solo sentire nominare questa parola, lo sguardo si fa basso, vago, inquieto. La stessa reazione che avrebbe un qualsiasi ventenne o trentenne di oggi, insomma, dalle tante speranze, che purtroppo cozzano con la realtà dei fatti. Indossiamo le stesse scarpe, abbiamo le stesse paure e preoccupazioni, siamo coetanee. Siamo una categoria, “i giovani laureati e disoccupati” protagonisti delle percentuali, che non sanno dove sbattere la testa e che sono vittime di scelte sbagliate, degli altri, spesso. C’è crisi, non c’è lavoro, il Paese affonda, e non ci possiamo fare niente. A questo punto è una domanda che ci accomuna più di tutto il resto, “ è forse prendere e partire, andarsene, lasciare l’Italia con la sua immondizia, l’unica soluzione per dimostrare le nostre capacità e riprenderci, una volta per tutte, il nostro futuro?

1 – Nei tempi che corrono, l’estero si presenta come l’emblema delle possibilità aperte e della meritocrazia. Ti piacerebbe partire e fare un’esperienza formativa all’estero? Perché?

·         Indubbiamente si, mi piacerebbe, perché in Italia purtroppo non ci sono molte speranze per noi giovani, neolaureati e non. Sono stata in vacanza ad Helsinki nel 2009, ed ho visto una cultura totalmente diversa, anche se ci sono stata soltanto una settimana. Allo stesso tempo è brutto dover lasciare i propri affetti, sarebbe bello potersi realizzare qui.
2 –  Prendere e partire non è mai facile, si sa. Cosa trovi più duro affrontare, oltre che lasciare la famiglia e gli amici, inserirsi in una cultura diversa dalla nostra, o magari affrontare il senso di colpa di lasciare il proprio paese che affonda ma sentirsi impotenti?

·         Egoisticamente, mi spiacerebbe soprattutto lasciare gli affetti qui. Inserirsi in un nuovo contesto ha sempre le sue difficoltà, ma non mi sentirei in colpa a lasciare l’Italia perché purtroppo non credo ci saranno miglioramenti, almeno in questo periodo. È un sistema che va cambiato nelle fondamenta. Prendere e partire non è scappare, ma è dare un segnale importante alle istituzioni.
3 – Quali nazioni o città credi siano le migliori, in Europa e non, dove poter esprimere le proprie capacità ed avere, magari, il futuro desiderato?

·         Non ho viaggiato moltissimo. Sono stata in Francia, in Grecia e in Finlandia, ma se dovessi scegliere, preferirei l’Europa del nord. Credo siano un modello, a livello europeo ma anche mondiale, innanzitutto per la corruzione , pari a zero, poi anche per la mentalità stessa, totalmente diversa dalla nostra. Si da valore alla meritocrazia e la religione non influenza le scelte politiche come da noi, riuscendo a essere veri stati laici.
4 – La maggior parte dei giovani prende e parte senza a volte uno scopo preciso, ma solo perché arrivati a un livello di sopportazione limite, e l’unico desiderio è lasciare tutto. Tu a che livello stai? Come vedi il futuro? 

·         In questo momento non vedo un futuro, purtroppo. È una domanda che mi pongo spesso ultimamente, ma non riesco a darvi una risposta definitiva. Come tutti, penso, anche a me è venuto in mente di prendere tutto e andarmene, ma non so se sarebbe veramente risolutivo per quello che voglio fare nella vita.

domenica 2 ottobre 2011

Dottore..dottore.. eh??

Dopodomani mi laureo.

Certo c'è da esserne felici, anche abbastanza soddisfatti.
Anche se, la sensazione preponderante, in questo mix di ansia, paura, gioia, leggerezza, è che prima essere laureati contava qualcosa. Mi ricordo il giorno in cui si laureò mia madre. Avevo 2 anni. Era cosi bella nel suo vestito rosso, e si poteva vedere negli occhi della gente che la vedeva camminare tutta incoronata, orgoglio e soddisfazione. Le ultime lauree alle quali ho assistito invece, sono state abbastanza regolari, e mancava quell'alone di specialità intorno al fatto di essere laureato.(Dopo anni, mia mamma mi ripete ancora che le cose migliori che ha fatto nella vita sono Laura (moi) e la Laurea.)
Non è solo per il fatto che, oramai, tutti sono laureati, che spesso le lauree si pagano, o sono estremamente poco formative, o sono facili e poco significative. Non è solo per il fatto che la laurea non garantisce assolutamente un posto di lavoro, nè qui nè all'estero devo dire. Non è per quello.
La laurea è oramai diventato un requisito richiesto dai datori di lavoro, e spesse volte non ti da niente, non stimola la curiosità e non invita alla discussione. E' solo un pezzo di carta, si, che dice che forse sai di quegli argomenti, e che, di fatto, il 90% non ti servirà (parlo di lauree umanistiche almeno, anche se anche quelle mediche o tecniche non sono poi cosi diverse).
Mi piace aver studiato, e continuerò a farlo. Se potrò prenderò altre lauree, però mi sarebbe piaciuto imparare un mestiere. Come si faceva prima. L'arte del saper maneggiare e creare. E lo dico pensando a mia nonna che ricama da quando aveva 15 anni. Ora ne ha 74, ed ancora lo fa. Ed è la migliore sulla piazza, almeno per le signore dei paesi vicini.
In ogni caso, è una tappa. Ce ne saranno altre, fino al lavoro. Che ne è un altra di tappa. Per non fermarsi mai e per cogliere la vera essenza dell'Università, il motivo per il quale è nata ed ha assunto prestigio nel corso dei tempi. La ricerca. La conoscenza.
E forse è per questo che sono orgogliosa di aver studiato, e di continuare a farlo, anche durante il lavoro se potrò.