giovedì 5 gennaio 2012

Risa liberatorie per la befana

Ogni partenza implica una riflessione. Partenza seria intendo, non la vacanza del turista medio che va a Salisburgo con la tuta da sci pensando di trovare lo Yeti che mangia palle di Mozart. La partenza che coinvolge, che significa, che è soggetto.
Partenza in quanto cambiamento, e come tale aspettative.
Parto per Londra tra una settimana, in un clima difficile per gli studenti barra precari barra disoccupati d'Italia e dell'Europa. Parto per Londra e spero di restarci per avere un futuro di un certo livello, secondo grandi aspettative e tanta buona ingenuità. Parto per Londra pensando a chissà quale paese dei balocchi mi aspetti, pieno di opportunità e grandi occasioni, un ambiente dove finalmente io possa dimostrare quello che valgo e possa venir premiata per i miei meriti. Parto per Londra e penso che non sarà così facile, certo, e che da una parte non sono sicura che ne valga la pena.
Da figlia unica di divorziati, con in casa i nonni, anche se estremamente attivi, anche troppo, per la loro età, guardo alcune mie coetanee che si accontentano e penso. Penso che il mio partire per Londra e cercare la fortuna potrebbe, da un'altra angolazione, sembrare altezzoso. Perchè non accontentarsi della casa e della bottega? del fidanzato delle superiori e di una famiglia che a 25 anni alla fine ci stà? Della vita pacata della cittadina anonima, che offre poco ma sufficiente a un animo modesto? Della semplicità della vita quotidiana, dell'emozione per una festa di paese, delle risa spensierate di chi non si è solamente accontentato, ma non si è neanche mai posto il problema di desiderare qualcos'altro?
Non parlo di ignoranza o limitatezza, mi chiedo solo come mai quest'insoddisfazione perenne, mista a un brivido per l'incerto e a una ricerca disperata della pace, siano da considerare intelligenza, ambizione, caparbietà.
Mi guardano e mi ammirano. Io semplicemente mi sto cagando addosso.

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